Paolo Villaggio e Federico Fellini, quell’incontro tra il clown e il maestro

da “L’Espresso” del 09/07/2017

Il rapporto tra i due artisti raccontato dall’attore appena scomparso. E’ il cuore del testo che pubblichiamo, raccolto nell’ambito di un documentario ancora inedito sul regista riminese
INCONTRO CON PAOLO VILLAGGIO DI OTTAVIO CIRIO ZANETTI

V&F2

L’importanza di chiamarsi Federico

«C’è una sola persona al mondo che io ho conosciuto e che è riconoscibile solo per il nome. Dovunque nel mondo, basta dire Federico, è lui, l’unico, irripetibile: Federico non può che essere Federico Fellini. Scola ci ha fatto anche un film, Che strano chiamarsi Federico. Quando ho conosciuto Federico, non ho conosciuto una persona, ma ho riconosciuto quello che potevo immaginare e sapevo di Federico Fellini. Cioè un grande affabulatore, molto simpatico, vanitoso, bugiardo, e ne è nata subito un’amicizia. Cioè, sia chiaro, c’è stato uno scontro tra due logorroici incredibili; alla fine però ho capito per la prima volta nella vita (io sono presuntuoso, ho sempre avuto la quasi certezza di essere superiore per quello che riguarda la brillantezza del discorso, anche l’ironia cattiva di tipo anglosassone) beh, ho capito che lui dopo in po’ mi distanziava e rimanevo a bocca aperta ad ascoltare quella frenesia che lo prendeva quando cominciava ad affabulare.

Fingeva un po’ di ascoltarti, e poi partiva lui: capivi che cominciava ad non ascoltarti più perché i suoi racconti prendevano un piccolo episodio e da lì cominciava a volare. È stata la prima e l’unica volta in vita mia in cui ho capito d’avere di fronte un avversario, un interlocutore ma anche un avversario irraggiungibile: volava a dei livelli che non ho mai avvertito al mondo in nessun altra persona. Una volta mi parlò di Mastroianni e poi incontrando Marcello ho cercato di farmi raccontare le cose che Federico mi diceva di lui. Mastroianni era affascinato: “no, non so, magari, è vero, sì, forse…”. In effetti quel Mastroianni che mi raccontava Federico era da Federico immaginato anche in piccoli particolari, abitudini, tic. Devo dire che non ho mai conosciuto un’intelligenza creativa come quella di Fellini. Lui ha avuto un merito speciale in tutti i suoi film, soprattutto in Amarcord: ha evocato anche per me modi di fare, di parlare che avevo completamente dimenticato e vissuto nell’infanzia, e poi accantonato».

A ognuno il suo Rex

«In 8 1/2 c’è ad un certo punto una frase magica: “Asa Nisi Masa”. Era una cosa che diceva la nonna di Federico che mi ricordato con violenza che c’erano delle cose che anche la mia nonna diceva: una frase veneziana, per esempio, mia nonna era veneziana: “alla moda del piombo”. Questa frase ha un significato preciso: fare al meglio le cose che devi fare. “Alla moda del piombo” voleva dire: nel modo migliore. Ma tutto in Fellini è evocazione dell’infanzia. Nella notte in cui in Amarcord aspettano di fronte a Rimini, nelle barche, il passaggio del Rex che da Trieste andava fino a Genova e poi in America vincendo il famoso nastro azzurro (che era la decorazione per l’attraversamento dell’ Atlantico) il Rex è visto in una maniera che avevo dimenticato completamente.

Una mattina verso le 11 con la nonna veneziana e con mio fratello gemello sono alla foce del fiume Foce di Genova. Ad un certo momento sento “uuuuuuuuuh” (fa il l’imitazione della sirena di una nave) come degli strani nitriti. A quei tempi le reti si portavano al largo con i gozzi, si buttavano le reti e poi dato che era un lavoro faticoso, da terra due cavall,i uno da una parte e uno dall’altra, trascinavano le reti fino sulla spiaggia. Sulla spiaggia si vedevano le donne e c’era questo odore di pesce e di cavallo. E qui comincia il momento del ricordo che avevo completamente accantonat : la misura del Rex. Nel film si sente urlare “il Rex, il Rex !”, si svegliano tutti perché era l’alba, il sole non era ancora sorto. Invece nel mio passaggio del Rex il sole stava calando, c’era la stessa luce magica , da sogno, che non è la realtà, e mentre annusavo quell odore ho sentito gridare: “il Rex, oh belin, c’è il Rex!” e tutti a correre verso il bagnasciuga con i sandali, erano dei sandali con dei buchi, io mio fratello e la nonna rimasta un po’ indietro che gridava: “Attenzione alle scarpe!”.

Noi invece siamo entrati quasi con i piedi in acqua ed è comparso il Rex, lo stesso Rex che avevo dimenticato. Compare improvvisamente da dietro la diga foranea (la grande diga protettiva dei porti italiani e francesi del Mediterraneo), compare una montagna nera, alta mille metri, questa è stata l’impressione, questo è il ricordo ed è quello che mi ha restituito Fellini. Quell’immagine dimenticata lui me l’ha fatta rivedere e riscoprire. Infatti lui non ha girato in mare aperto, ha girato in studio davanti a una enorme parete nera con dei piccoli oblò invisibili, poi una striscia bianca e dopo la striscia bianca un fumaiolo tricolore: era bianco rosso e verde il Rex di Fellini, passa e va via. Il Rex che ho rivisto io è lo stesso di Fellini. Il Rex era senza gente a bordo, disabitato, una montagna nera disabitata, come un mostro preistorico, un brontosauro che poi scompare e noi siamo rimasti tutti lì come i personaggi di Amarcord nelle barche.

Beh, direi che forse Federico ha avuto la capacità di farti rivivere delle immagini dell’infanzia che avevi completamente dimenticato, le avevi reinserite nella realtà e le avevi ridimensionate, rovinate, erano diventate quasi abituali. Le navi che passavano davanti casa mia (io abitavo in corso Italia, lungomare genovese) passavano (imita ancora la sirena delle navi ) ci stavano molto, era piene di gente che salutava, fotografi sulla spiaggia. Ma tutto in Amarcord è ricordo. Il passaggio della Mille Miglia per esempio l’ho visto una sola volta: ah, la Mille Miglia, mi aspettavo qualcosa di speciale, com’era il Rex, invece no: alla Mille Miglia mi aveva portato mio zio a Mantova, da dove partiva e arrivava. Era l’alba, c’erano pochi spettatori, alcuni addormentati, qualche bambino sveglio e poi improvvisamente “vrooom!” (imita il rumore delle macchine che passano ) e poi basta. Ecco, è assato. Chi?, Ascari, ma siamo sicuri ? “vrooom”, altro rumore di macchina che passa. Quindi della Mille Miglia Federico ha restituito esattamente la delusione, troppa aspettativa per un vrooom troppo breve. La Mille Miglia doveva essere qualche cosa di trionfale con le bandiere, con molta luce, con le macchine che potevi toccare, invece erano come dei piccoli fantasmi che passavano – “vrooom”, e scomparivano. Rimaneva solo l’emozione dell’attesa».

Tre inquadrature, ed è subito Fellini

«Ho cominciato col dirti che basta dire Federico ed è subito Fellini. Per come raccontava i suoi film, con un segno completamente diverso da tutti gli altri, era unico, irripetibile. Dunque, tu vai a vedere in un cinematografo di Los Angeles con effetti speciali, magari con gli odori, forse esagero, lo sbarco in Normandia, ti siedi e cominciano, già pronto a stupirti, magari è Spielberg e vedi inquadrature che sono fatte da dieci elicotteri e poi ripetute con effetti speciali e poi intrappolate da montagne, vedi che ci sono almeno dieci macchine da presa, non riconosci Spielberg se tu non sai che è Spielberg, lo vedi e dici: però, insomma,sono americani. Entri e vedi Satyricon, non sai che è un film di Fellini, ma bastano tre inquadrature, ecco, è lui cioè lui è riconoscibile sempre e comunque fin dalle prime inquadrature. Dai primi tre minuti capisci che il suo è un modo di raccontare completamene diverso, viene da un’altra dimensione, non è quella abituale, non è il mestiere che conosci: perché lui il mestiere lo viveva in uno stato di semitrance, mentre girava».

A filo di camera, senza copione

«Quando giravamo la Voce della luna, alla sera diceva a me e Benigni: “Domani, domani, poi vi dico le battute”. Soffriva d’insonnia da vecchio il maestro. Al mattino si svegliava alle cinque e non sapeva che fare, a chi telefonare. C’era un certo Notarianni, poverino, che aveva una funzione: pronto a rispondere al telefono alle cinque del mattino per parlare del più e del meno: hai visto quella cosa in televisione, diceva Federico con quella sua vocetta. Notarianni, per quanto vecchio, doveva essere pronto, per giunta era un logorroico, era praticamente l’orecchio di Fellini, perché Federico non poteva parlare completamente da solo e aveva questo Notarianni come orecchio sempre pronto: “Notarianni vieni qui”, “Notarianni vai lì”. Ma che ruolo ha Notarianni, gli chiedevano. E lui rispondeva: “Fa il Notarianni, cioè una specie di registratore nel quale Federico riversava le sue intenzioni del giorno dopo, di come avrebbe girato. Il giorno dopo ci si presentava sul set, una buona colazione al mattino (ma si capiva che lui non mangiava perché era costretto alla dieta ormai e la rispettava) piccoli bocconcini di tutto al mattino, parmigiano reggiano mi ricordo, una delizia assoluta e poi: “Dunque bambini, che cosa volete fare ?”.

Noi dicevamo: quello che vuoi tu Federico, abbi pietà. Eravamo in soggezione come due poveri elettricisti che hanno a che fare con Marconi. Lì per lì non si sapeva con imbarazzo cosa suggerire: sai, due elettricisti che suggeriscono a Marconi. E poi: “Tu Robertino potresti dire così”, e Roberto aveva già il fogliettino, sbirciava, se lo nascondeva, io avevo il mio fogliolino. Pronti, azione, via. A questo punto cominciava a parlare lui, Federico. Non diceva assolutamente nulla di quello che avevamo preparato, ma suggeriva tutto a filo di camera: tutto. Poi è chiaro che in doppiaggio c’era la sua voce, non la mia o quella di Benigni. Al doppiaggio c’era il direttore del doppiaggio che era pronto a suggerire: “per favore”, diceva, “zitto lei!”; ma io che ruolo posso avere? “Non importa, è una baggianata, una sciocchezza”, rispondeva Federico. Ed era vero perché poi in effetti il film lo faceva tutto lui. Creatore a filo camera! E noi come due pupazzi mossi da un burattinaio. E alla fine diceva: “Come siete stati bravi!”. Scusa maestro, bravi? Ma veramente sei tu che hai suggerito più o meno tutto. Poi a mezzogiorno e mezzo lui diceva: “Pausa!”.

A mezzogiorno aveva bisogno di staccare. I cestini, che orrore i cestini, si saliva in macchina e si andava fuori porta, magari a 32 chilometri dal set. C’è un posto dove ci sono dei fichi. E lì cominciava ad affabulare. Affabulare vuol dire che lui ci raccontava le visioni della sua vita, una vita rivissuta in quel momento. Una volta gli ho visto fare anche uno sgarbo. Ero seduto al ristorante il Moro a Roma con Iaia Fiastri, la collaboratrice di Garinei & Giovannini. Entra lui nel ristorante: “Iaietta, che sorpresa meravigliosa!”. “Si”, fa lei: “Non ci vediamo mai! Non ci vediamo mai?”. Dice lui: “Vediamoci domani, a che ora vuoi tu”. Questa Iaia passa la mattinata a rimettersi in sesto, quasi un lifting da battaglia, pronta ad incontrare Fellini e si presenta nel suo studio (a casa lui non riceveva mai perché aveva Giulietta), quando era solo sinceramente era più felice anche lui, non doveva occuparsi anche di Giulietta.

Dunque, Iaietta si presenta alle sei di sera per una cena (lui cenava molto presto), suona allo studio e fa: “Sono Iaietta!”. C’era Notarianni di là dalla porta e Iaietta sente: “No, per carità, no, quella no! Non farti sentire, devi dire che sono via, devi dire che sono malato, no devi dire che sono in Congo”. Come in Congo, diceva Notarianni, che era uno schiavo vero. E Iaietta dire che era rimasta male è dire poco. “Scusa Federico, tu mi hai invitata con entusiasmo”, gli ha detto poi Iaietta. E lui, il giorno dopo le dice: “Hai ragione, ma sai, ero in Turchia…”. Diceva delle cose che erano ignobili e sinceramente fingeva di averle dimenticate. Aveva una caratteristica: quando cominciava a spiccare il volo nelle sue affabulazioni diventava bugiardo, esagerato, del tutto incredibile. Allora la parte più affascinante diventava la creatività di quel momento, non era più l’indignazione per la bugia».

Il mago Roll degli spiriti

«Il mago Roll è stato sempre uno dei suoi argomenti preferiti. C’era questo signore di Torino che aveva fama di mago e penso che Federico ci sia stato mezza volta, però diceva: “Dobbiamo andare da Roll!”. Negli ultimi cinque anni di vita che ho passato con lui diceva: “Guarda che qui va a finire che Roll muore e noi non abbiamo conosciuto le magie di Roll”. E si capisce che raccontava delle cose immaginate, che però avremmo dovuto vedere. Fortunatamente non ci siamo mai andati. Diceva che Roll aveva facoltà speciali. Ad esempio: “Che ore sono? Le cinque? Dio mio”, diceva Roll. “Devo correre al caffè Toletti”. “Ti chiamo l’ascensore?”. E Roll diceva: “No, non ne ho bisogno”. Quinto piano e puff, Roll scendeva dal quinto piano uscendo dalla finestra.

Crederci? No, ma era così esagerata l’invenzione al punto che Federico ci credeva veramente, al punto che aveva attirato molta gente come Adriana Asti, Franca Valeri, Giulietta era completamente affascinata. Lui le faceva credere che Roll scendesse davvero dalla finestra del quinto piano. Chiusi nello studio in casa di Roll a Torino diceva: “Dica al signor Roll che c’è qui Fellini, lo chiamo?”. “No, no”, diceva il cameriere, “il signor Roll ha già sentito”. Ma come? Ci sono le porte chiuse! “Sì, ma lui passa attraverso i muri”. “E io sono rimasto stordito”, raccontava Fellini, “ho sentito un rumore lievissimo ed ecco, un po’ imbiancato di calce, entrava Roll.

Ora, queste invenzioni erano tutte così incredibili, così geniali che conversare con Federico era come vivere in un mondo immaginario, non per niente Alice nel paese delle meraviglieera uno dei suoi capolavori preferiti, Kafka poi gli assomigliava in una maniera incredibile. Kafka in Metamorfosi comincia, prima riga: una mattina Gregorio Samsa si svegliò nel suo letto ed era un enorme coleottero. Quindi Kafka con un incipit simile è il più grande scrittore di tutti i tempi, diceva Federico, e in effetti lui gli assomigliava, gli assomigliava in una maniera incredibile perché viveva un mondo irreale, una irrealtà magica ma con la possibilità di intuire che era di volta in volta improvvisata».

Oliver chi?

«Stavamo girando La voce della luna quando arriva Notarianni, e viene una signorina bellissima la quale dice: “C’è il regista Oliver Stone che vorrebbe chiedere il lieve permesso di vedere il maestro all’opera” . E lui fa: “Notarianni, ma chi è Oliver Stone?”. E lo dice forte. La signorina: “Scusi se disturbo”. “Rimanga, rimanga però mi raccomando, a un centinaio di metri”. Insomma, finge di non sapere chi era Oliver Stone, ma lo sapeva benissimo e finge soprattutto che non gli fa piacere che arrivi Oliver Stone, che chiede umilmente di vedere il maestro… Notarianni non cadeva nella trappola, la troupe invece rimaneva esterrefatta: ma come, non conosce Oliver Stone?.

Dopo due ore di silenzio di Oliver Stone, costretto a stare a cento metri di distanza, aveva anche un quadernino e prendeva appunti, arriva la signorina e annuncia: “Oliver Stone”. E Federico: “Ma me lo voglio abbracciare! Oliver che piacere, che meraviglia, questo è il più grande genio di tutti i tempi”, dice rivolto alla troupe. E Oliver Stone un po’ imbarazzato : “No, tu sei il più grande”.

Aveva delle forme di infantilismo, Federico. A volte era un pochettino dispettoso: se una comparsa o un attore secondario non riusciva ad essere all’altezza dei suoi miagolii a filo camera, lo prendeva per i piedi e lo sbatteva per terra come un pupazzo (adesso esagero), però lo trattava con una violenza: “Ma perché m’avete mandato questo grosso imbecille?”. “Scusatem”i, diceva a me e Benigni, “ho a che fare con dei pupazzi vomitevoli”.
Raccontare Fellini è molto difficile perché Fellini è tutto: incapace di dire la verità e capace di creare delle verità credibili che sono impressionanti. Non ha mai avuto un amico perché era molto solo e non sapeva con chi avere rapporti.

Lui ha avuto rapporti con Mastroianni, nel senso che era il suo alter ego. Ecco lui gli voleva bene perché gli Marcello gli ha fatto vivere la vita che lui avrebbe voluto vivere e che non ha mai avuto il coraggio di vivere completamente. In parte perché aveva delle donne un concetto piuttosto da bracciant , le sue donne erano tutte – soprattutto in Amarcord la tabaccaia e la Saraghina – erano le donne eccitanti dell’infanzia di un fanciullo. Anch’io da piccolo ero attirato dal tipo di tabaccaia di Fellini, non certo da Jane Fonda o da quei tipi raffinati. C’era la sessualità elementare, la tabaccaia e la Saraghina di Amarcord. D’altra parte anche la Milo aveva qualche cosa di quel tipo di donna, un po’ più cresciuta. E poi lui aveva un grande, grande affetto per Giulietta, Giulietta lui l’ha usata in qualche film ma non era la sua donna ideale, era la donna alla quale ha voluto più bene. La donna alla quale non ha mai confidato nulla e fingeva di capirla completamente e di essere capito mentre forse Giulietta non ha mai capito esattamente chi era lui e che cos’era la creatività di Fellini».

Ciak. Quanti?

«Uno. Ne bastava uno. Succedeva che il direttore di produzione diceva: tanto per questa scena, tanto per questa ecc, visto che ci siamo rubiamo a tutti un’altra mezzoretta, quindi otto ore in tutt … Ma Federico dopo quattro ore aveva già finito tutto alla faccia dei programmi e lo faceva anche con un certo sadismo.

Non amava assolutamente il denaro, non aveva nessun senso del valore e gli mancava totalmente l’avidità volgare del denaro. Io poi ho visto poi girando film con tutti gli altri registi che avevano la voglia di correre, di fare perché erano al servizio di qualcuno. Invece Federico pensava che tutti fossero al suo servizio, quindi lui finiva la lavorazione del film programmata fino alle 8 della sera alle 5 del pomeriggio, e diceva: “Adesso ci andiamo a prendere un bel the e si andava ad Albano magari, per parlare, per affabulare. Aveva una mania, quella della cucina bolognese o riminese, e aveva fatto la fortuna della Cesarina, del Moro anche se era alla romana, ma soprattutto lui amava la cucina della sua infanzia, non era un buongustaio perché era stato male e quindi era costretto ad ordinare per tutti ma lui non mangiava. Notarianni domandava subito: “Che cosa posso ordinare? E lui: “Tu adesso devi prendere del formaggio parmigiano”, la sua delizia, “metterci sopra dell’aceto e poi fa due passi a sinistra…”.

Lui e Notarianni erano capaci anche di cose terribili nei giudizi sulle persone. O esageravano in maniera incredibile o dicevano delle piccole sottili perfidie che potevano ferire: era terribil . Usava tutta una sua tecnica con gli attori che amava, penso con Mastroianni e anche con me e Benigni. Al primo ciak ho sbagliato una battuta e ho detto: “oh dio mio scusami…”. E lui: “Ma come ti permetti di chiedere scusa, tu che sei un attore, un genio, che sei eccezionale …”. Si capiva che esagerava però era sempre al d fuori della normalità: o era esagerato nel complimento o riusciva a prendere per i piedi gli attori di secondo piano e sbatterli sul pavimento con grande forza».

Il lungo spot

«La Banca, che era poi la Banca di Roma, aveva scelto Fellini, proprio perché sapeva che lui non voleva reclamizzare il prodotto, voleva solo divertirsi con la macchina da presa. Ma lui girava un carosello e spot pubblicitari in cinque giorni là dove i registi di caroselli o pubblicità girano in mezz’ora, non esagero, con scene di una difficoltà assoluta. Erano quattro incubi: un incubo in cui io mi mettevo dentro una macchina utilitaria e andavo a infilarmi in un grande tunnel.

La Banca di Roma non se la sentì di scavare un tunnel di un chilometro, dunque pregarono umilmente Fellini di girare in un tunnel della autostrada dell’Aquila. Entro nella macchina e a questo punto l’incubo consiste nel fatto che il personaggio sente un rombo alle sue spalle e c’è una frana che ostruisce completamente l’uscita. Poi si volta in avanti, fa cento metri e si sente un grande rumore e il personaggio rimane intrappolato dentro. Ora, rimane intrappolato dentro vuol dire che rimaniamo realmente intrappolati dentro io, Fellini e cameraman e troupe, dietro c’è stata la frana e davanti c’è una frana: perfetto. “Perfetto un cacchio”, dice il direttore di produzione, siamo intrappolati in 20 persone qua dentro. “Oh, scusate, dice lui”. Fortunatamente abbiamo perso la giornata! Insomma hanno dovuto liberare naturalmente la parte dalla quale si poteva uscire, cioè dal retro.

Federico era perfido con i produttori, li odiava, nel senso che non sopportava questi tempi legati al denaro, mentre nel suo modo di girare quel che importava era la creatività. Difatti se finiva alle cinque, lui smetteva anche se il piano di produzione prevedeva fino alle otto di sera. Se invece era in un momento di creatività, anche se erano le due di notte e gli dicevano “Guarda che c’è la troupe che sta morendo di fame, veramente non ce la facciamo”, lui rispondeva: “Ma che cazzo rompete in questo momento, stiamo lavorando no? Stiamo creando”. Quindi interrompere la sua creatività, che era poi uno stato di semitrance, era veramente un affronto e allora si incazzava e si inviperiva».

Fernando Rey e l’affabulazione

Fernando Rey, il grande attore spagnolo che aveva recitato in molti film di Buñuel, Fellini lo volle per uno dei quattro spot della Banca di Roma, nella parte dello psicanalista a cui il mio personaggio raccontava i suoi incubi.
Fernando Rey in Spagna viveva a Malaga, ricordo un posto alla moda, molto bello, e accettò immediatamente di lavorare con Federico, e con una gioia assoluta. Era un parlatore implacabile, e una volta in una pausa, mentre stava preparando la scena, il maestro malignamente mi ha fatto sedere alla stessa tavola di Fernando Rey. Che era come ti ho detto un parlatore implacabile, da abbattere con una martellata. Federico è stato per quasi quaranta minuti seminascosto fingendo di lavorare, divertendosi come un pazzo e alla fine fa: “Signori, siamo pronti” e a parte: “Parlava molto Ferdinando Rey, eh?”.

Con vocetta sottile e cattiva, si divertiva molto vedendo il mio imbarazzo, non riuscivo a tenere neanche gli occhi aperti, era una cosa implacabile quella chiacchiera e in più Rey era di una gentilezza tutta spagnola, di una esagerazione, bugiardo anche lui, ma rispetto a Fellini era noiosissimo. Per quello Federico si divertiva: lui non sopportava la noia, non la sopportava assolutamente e quando mostrava un briciolo di attenzione o interesse per una persona diceva: “Zitti per favore tuttii, parla solo quello lì”. E poi parlava al macchinista in cerca d’ispirazione, era quasi affascinato dalla mancanza di noia quando parlava con una persona che gli interessava. Ma era disastroso e diventava di una villania impossibile se l’interlocutore lo annoiava: “Mi scusi se la interrompo in questo momento”, tagliava corto, “ma ho da fare un sacco di cose”. E cominciava a parlare con un altro. Non era maleducato, ma non sopportava la noia e diventava quasi crudele pur di evitarla».

Imparare a memoria. Ma cosa?

«Con lui non c’era da imparare le battute, prima di tutto perché non scriveva la sceneggiatura e poi perché scriveva solo qualche appunto al mattino. Si cominciava a mezzogiorno, quando lui aveva voglia, quando aveva le idee che cominciavano a galoppare. Non si può dire che fosse pronto, perché pronto non era mai, perché era sempre pronto a cambiare completamente tutto. Arrivava con un fogliolino e diceva: “Voi lo sapete, no, cosa dovete dire? Dunque, tu Robertino …”. Poi, come sempre, cambiava tutto. Anche al doppiaggio non stava nello studio al di là del vetro, lui stava sempre a filo microfono e bisbigliava tutte le battute. Il bisbiglio in doppiaggio era impensabile, soprattutto quando il direttore di doppiaggio gli diceva: “Scusa Federico, ti dispiace magar, andartene? Si sente la tua voce”. E lui: “Vabbé , si sente la mia voce e allora? Vabbè, scusate, avete ragione”. E andava di là.

La cosa che non sopportava era il sinc (sintonia tra labiale e suono), i direttori di doppiaggio erano soliti dire: “Scusa ti fermo, non c’è il sinc”. Una volta, con un famoso direttore di doppiaggio, Federico è entrato in sala solo perché quello ha osato parlare del sinc e l’ha preso per il collo, da dietro: “Ma che te frega del sinc! Che me frega del sinc!”. Era anche impaziente in certe cose. Però che delizia fare un film con lui, perché non facevi solo il film. Facevi un film di Fellini. E soprattutto perché vivevi un’avventura straordinaria: quella di convivere con un genio assoluto. Lui era inconsapevole di essere Fellini. Diceva: “Ti posso dire una cosa? Ho paura anche di essere banale, di essere incapace di fare questo mestiere, di improvvisarlo male, di essere un dilettante ho paura anche di essere mediocre, stupido direi”. Questo lo diceva spesso, non lo pensava ma in fondo era molto esigente con se stesso, non aveva la sicurezza del regista riuscito – che poteva avere Bergman per esempio: riuscitissimo come regista, ma come persona magari non aveva quella creatività, quel tipo di emozione che ti poteva comunicare lo stato creativo di semitrance di Federico».

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